Prototype

Trovato il Bang,

Trovata l’opera (Kunsthaus),

Trovato il modulo (regola/funzione),

Trovato il metodo d’esplosione e propagazione.

Si parte con la PrototipAzione – la Scacchiera.

 

Ma perchè il Kunsthaus di Graz?

Peter Cook e Spacelab, progettisti dell’edificio lo definiscono come un “simpatico alieno” e fa parte, se ci piace, di quel tipo di architettura che molto lavora con il contesto. Certamente è uno shock, certamente è differente da quanto l’utenza si aspettava, ma solo con forti rotture si creano i nuovi simboli (vedi la Torre Eiffel) ed il Kunsthaus di Graz, pur ponendosi come un’architettura gonfiata all’interno di un contesto storico consolidato, comunica con esso in estremo rispetto, cedendo i propri volumi, integrandosi, con gli edifici preesistenti. Non vi è nulla di diverso da ciò che farebbe un organismo, una nuova specie, in un nuovo ambiente. L’aspetto esterno ,l’involucro, la pelle, è un pretesto che si piega alla funzione interna, alla gestione dei flussi ed alla godibilità ottimale delle sale interne dal punto di vista dell’illuminazione, della vista e delle proprietà spaziali che suggeriscono regole di percorrenza fluide, quasi subliminali, al fruitore.

Importante evidenziare inoltre la possibilità di interagire e comunicare con lo spazio esterno tramite la facciata componibile (luci modulari possono accendersi e spegnersi come un’insegna led). Questo aspetto non fa altro che sottolineare il valore di Output device della nostro involucro (a cui aggiungeremo la funzione Input).

Come si colloca il Kunsthaus di Graz nei confronti della moderna architettura?

Certamente quest’opera appartiene a quella serie di nuove architetture (2003) che sono nate sotto la luminosa stella digitale, aprendo un mondo finora difficilmente concepibile e comunque di difficile esperienza.
Indubbiamente, come del resto ho potuto sperimentare di persona, quest’edificio deve molto alla modellazione fluida di un tessuto (modello lattice?)  che probabilmente si è solo poggiato sulle sfere d’influenza dei volumi funzionali interni (se vogliamo immaginare una funzione, una sala, il centro di una sfera ed il suo raggio come espressione di rilevanza nella struttura). I modelli di deduzione, le matrici possono essere numerosi, non per nulla sicuramente ha influenzato molto il risultato finale dell’opera il lavoro di “skin-in” (cit. A.Saggio) che sempre più ha un ruolo predominante in strutture che evadono le classica struttura e si abbandonano a dinamismi sinuosi. Infine, molto importante, il concetto di Skin, che personalmente promuovo in questo percorso didattico, come vero e proprio elemento infrastrutturale e non solo scatola estetica con, al massimo, funzioni di regolazione. Ora la pelle, è un dispositivo, come definito precedentemente nel brainstorming (vedi link sopra), una tecnologia in grado di essere barriera, ma anche connessione tra esterno ed interno, con il valore aggiunto della propagazione d’informazione e funzionalità.

Porterò avanti questo concetto nei prossimi post.

 

Un occhio di riguardo ai probabili, ma non effettivi, riferimenti (opere, edifici, interventi) in grado di offrire concetti attinenti al tema della Pelle come dispositivo di Input/Output.

- Aegis Hyposurface, Birmingham
Intervento che personalmente trovo particolarmente interessante come appassionato di prototipazione rapida tramite framework come la piattaforma Arduino (per chi non conoscesse il mondo Arduino e di Processing consiglio l’approfondimento)

- Galleria Hall West, Seoul

Rilevante per il rivestimento Dicroico cangiante. Rendere controllabile la proprietà cangiante è di fondamentale interesse per il concetto di Skin, input/output device (rimando al video a fine articolo cliccando qui )



4 commenti

  1. Valerio wrote:

    Interessante l’idea della skin vista come un’insieme di input e output.
    Magari risulta complessa sia la genesi delle tue forme, veramente fuori dal comune, nonchè il contesto con quello che c’è intorno.
    Però il dialogo che ne esce fuori potrebbe essere veramente interessante.

    • antonioart wrote:

      Ciao Valerio,
      in realtà il processo di morfogenesi dell’involucro appartiene magari a metodi di progettazione meno ortodossi rispetto a quanto finora abbiamo sperimentato, tuttavia non è così alieno da un approccio anche semplice ed immediato, anziché complesso rispetto a quanto possa sembrare a prima vista. Il Bang, l’estemporaneo, esplicita in forma di matrici genetiche, cardine, il perché dei volumi, della loro disposizione e delle dimensioni spaziali effettive, senza dimenticare mai le funzioni interne e i dati emersi dal brainstorming e dalla driving force, ma sopratutto il contesto (l’edificio è un organismo e sul contesto si insinua ed arrampica – guadagno superfici su coperture di altri edifici). Per questo, la Pelle, si tratta a tutti gli effetti di un dispositivo e non di un semplice componente dell’edificio. Il dialogo spero sia interessante, vedremo cosa ne uscirà fuori!

      Grazie per essere passato!

  2. Valerio wrote:

    Se ho capito bene quindi stai creando un edificio che sia come un vero e proprio essere vivente.
    Si sviluppa, vive, si interfaccia, “nutrendosi” di quello che c e intorno.
    Anche l idea della pelle che dicevi oggi intesa come organismo sensibile agli stimoli esterni risulta essere veramente interessante.
    Vedremo dove ci porterà questo percorso

    Figurati e un piacere commentare :)

    • antonioart wrote:

      Leggo e rispondo dal cellulare, per cui perdona se non è proprio immediata la risposta.

      Si, la direzione è quella di superare l’edificio macchina ed aggiungere quella componente tutta vitale che è l’interazione spontanea con l’ambiente circostante. Non miro ad un organismo di chissà quale complessità, ma ad un soggetto che possa comunque essere approssimato a determinate caratteristiche organiche. Non più quindi solo una “scatola per persone”.