Nuove Sostanze, una scelta (ir)reversibile

(della rivoluzione informatica)

Per concludere almeno tre sostanze sono da porre all’attenzione quali motori del rinnovamento architettonico che stiamo vivendo.

La prima è una nuova cognizione della frammentarietà del paesaggio metropolitano, che è insieme occasione e ragione di molti progetti di oggi. Le “brown areas” o aree dismesse, rappresentano un campo fondamentale di opportunità e non deve stupire che esista una ricerca estetica ad esse congruente e conseguente. Una ricerca che si basa sulle caratteristiche di vitalità di questi nuovi luoghi contemporanei. Che li trasforma, come ha sempre fatto la vera architettura, in nuovo sentire estetico e che prefiguri e immagini una città diversa.

La seconda sostanza ruota sul concetto di paesaggio, quale grande paradigma della ricerca architettonica contemporanea che rimette in gioco i rapporti tra architettura e natura. L’architettura guarda alla natura insieme alla scienza e cerca nel difficile nel complesso nel tormentato nell’apparentemente caotico nuove strutture per il suo farsi. La terza sostanza è quella che concepisce lo spazio “come sistema” e non come un meccanismo che riguarda solo l’interno dell’edificio. Spazio come sistema vuol dire pensare in un insieme strettamente cospirante la relazione dei corpi e tra i corpi in cui si frammentano gli edifici. Non perché questo “piace”, ma per permettere allo spazio urbano di essere vivamente partecipe di un rapporto mutevole e continuamente allacciato tra architettura dell’edificio e ambiente. Lo abbiamo detto titolando il primo volume della Rivoluzione Informatica: HyperArchitettura vuol dire interattività.

Queste sostanze trovano nell’informatica allo stesso tempo la loro causa e il loro strumento. Informatica, naturalmente, non significa affatto, nessuno più banalizza più sino a questo punto, che oggi “si disegna al computer”, quanto che viviamo in una fase di cambiamento epocale. Le aree si liberano, si cerca un rapporto più stretto con l’ambiente, si pensa alla architettura come ibridazione tra natura, paesaggio e tecnologia, si cercano spazi come sistemi complessi sempre più interagenti perché l’Informatica ha cambiato e sta cambiando il nostro essere al mondo ed ha aperto nuove possibilità al nostro futuro.

Mies Van Der Rohe, chiudendo il congresso del Werkbund a Vienna nel 1930, disse: “Il tempo nuovo è una realtà; esiste indipendentemente dal fatto che noi lo accettiamo o lo rifiutiamo. Non è né migliore né peggiore di qualsiasi altro tempo, è semplicemente un dato di fatto ed è in sé indifferente ai valori. Quel che importa non è il ‘che cosa’ ma unicamente e solo ‘il come’”. Il come è nostro.

Antonino Saggio

Antonino Saggio, “New Substances; Information Technology and the renewal of Architecture” Il Progetto #6, january 2000 pp. 32-35 accessibile da http://www.arc1.uniroma1.it/saggio/Articoli/IT/Manifesto.html

La visione offertaci da A. Saggio già nel 2000, ribadita più volte durante le lezioni del corso ITCAAD 2013, non fa altro che sottolineare ciò che ormai è palese ed evidente, almeno ai miei occhi, che siamo attualmente prossimo allo svincolamento da determinati valori che finora si sono resi fondamentali per l’architettura.

Questo processo può essere paragonato all’uscita dal grande cerchio della catena alimentare animale, un mondo che al momento ci tange relativamente poco in maniera diretta ma che per millenni è stata la nostra sola ed unica legge a cui sottostare; oggi per assurdo dovrebbe essere nostra responsabilità evitare che questa legge naturale non si estingua sotto la nostra evoluzione spasmodica. Al pari di questo esempio è chiaro che stiamo dismettendo, accantonando non so se in forma reversibile e con quali perdite, un sistema di fare architettura piatto e puramente materiale. Attualmente il termine stesso architettura si è decentrato ad altri campi, architettura hardware, architettura software, architettura logica, architettura del web e sono tutti termini nati spontaneamente dal “basso”, dagli utilizzatori.

Gli utilizzatori desiderano inconsciamente un mondo facile, un mondo rapido, ma non per questo meno complesso, un mondo proattivo.

Cosa significa questo? che l’architettura non può più essere limitata più al manufatto, allo stile, oggi molto individuale e poco di “corrente”,  ma al processo stesso, al seguire al meglio le tendenze umane a creare strutture sociali e quindi a consolidarle in qualcosa di operativo e funzionante. Deve mettere e mettersi a sistema, fare un salto di dimensione (nulla di fantascientifico, anzi molto “geometrico”).

Il “COME” di Mies Van De Rohe è un’occasione che non va persa, è una soglia in cui o si partecipa o si contempla in maniera postuma.

Sono convinto che la partecipazione a questo momento non debba accadere attraverso tramite chissà quali grandi menti, grandi alchimisti del fare, grandi supporti, grandi attivazioni da parte di terzi. Ora gli strumenti sono aperti al mondo, le informazioni sono reperibili ovunque e per chiunque (concetto del web 2.0), l’approccio ad esse è lato utente, con pochi amministratori che garantiscano la funzionalità continua del sistema ed risolvano errori di costruzione (es. wikipedia), le grandi opere architettoniche nel senso classico del termine dovranno essere indirizzate si a riqualificare ed ottimizzare l’esistente (impossibile considerare l’espansione, abbiamo delle responsabilità verso noi stessi e verso il resto), ma soprattutto a fare veramente per l’uomo attuale, essere al passo dell’interfaccia migliore e delle aspettative, essere interattive e proattive.



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